LA CHIUSA

di Conor Mc Pherson

LA CHIUSA di Conor Mc Pherson

Con Ugo Maria Morosi, Lisa Galantini, Gianluca Gobbi, Davide Lorino, Enzo Paci
Regia Valerio Binasco
Produzione Teatro Stabile Genova

NOTE DI REGIA

“Uno degli aspetti per cui sono grato al teatro contemporaneo è quello di fornirci commedie in cui non accade – apparentemente – niente.

( la mia è gratitudine di lettore e di spettatore, prima ancora che di teatrante )

In questi copioni lo svolgersi degli accadimenti non è condizionato dall’incalzare della trama.   Anzi, nemmeno si potrebbe definire uno ‘svolgersi degli accadimenti’, poichè – apparentemente- niente accade.
Tuttavia, sotto sotto, qualcosa prende vita davanti ai nostri occhi e ci attrae, con delicatezza invincibile, costringendoci comunque ad assistere ad un evento teatrale.
Questo evento non ha a che fare con le leggi antiche della teatralità, ma ha a che fare con le leggi (sempre nuove, anche quelle antiche ) dell’umanità.
Umanità con la minuscola, quella che è alle prese con le ore e i giorni della vita.

Per i registi e gli attori questo tipo di teatralità può risultare pericolosa per due tentazioni cui essa li espone fatalmente. Una è quella di aver troppa paura della noia degli spettatori dinnanzi a uno spettacolo troppo simile alla vita . L’altra è quella di non averne affatto.

Nel primo caso tenteranno di ‘correggere’ l’estremismo naturalistico dell’autore, introducendo trovate grottesche o colpi di scena.
Nel secondo si compiaceranno snobisticamente del ‘non accadimento’, si dimenticheranno che esso dev’essere tale solo apparentemente, come si insisteva poche righe più sopra, e troveranno un assurdo piacere nel fare annoiare il pubblico.
Non credo che nè l’una nè l’altra tentazione portino a traguardi che possano interessarci.

Sono grato al testo ‘THe Weir ‘ per avermi stupito, qualche anno fa, quando lo lessi per la prima volta. Il suo autore è stato capace di rendere interessante e commovente la semplice coesistenza di cinque poveracci di passaggio in un pub, senza che a nessuno di loro succedesse niente. Mi parve un atto di grande coraggio poetico da parte di McPherson, considerato anche che all’epoca della scrittura di The Weir egli aveva su per giù venticinque anni.

Nelle leggi non scritte del teatro, se usi un linguaggio astratto, puoi benissimo non raccontare una storia. Puoi fare un po’ come gli astrattisti in pittura. Ma se usi un linguaggio naturalistico, cioè se i personaggi dicono ‘buongiorno’ quando salutano qualcuno, e ‘grazie’ se gli offrono un bicchiere d’acqua , allora il pubblico si aspetta una Storia. Anche i direttori dei teatri, per prenderti in cartellone, ti chiedono di scrivere in due righe ‘qual’è La Trama’.

In   The Weir la trama, temo che non ci sia. Al suo posto ci sono tre o quattro storie , raccontate come si usava fare una volta d’inverno davanti al camino. All’epoca dei Winter’s Tales erano storie da mille e una notte, con interventi magici e sovrannaturali; qui sono sempre storie magiche, ma stranamente intime, successe forse davvero a qualcuno.   The Weir è una bellissima piece fatta di storie che cinque persone si trovano a raccontare, mentre bevono birra in un pub. Tutte le cose ‘importanti’, i colpi di scena, ci sono già stati. Tranne uno. Il colpo di scena che costituirà l’elemento sconvolgente del finale. Ovviamente una struttura drammaturgica come questa richiederà un rispetto estremo della sua caratteristica principale, che è la sua delicatezza.

(Se fosse uno spartito, chiederei al pianista di sfiorare i tasti appena appena, di non sforzare nessuna nota, di ascoltare prima ancora che suonare…)

Il pub di The Weir è una stazione di passaggio. Le vite si svolgono altrove.   Sembra un po’ quelle locande sommerse dalla neve di certi racconti di Cechov, dove viandanti qualunque si offrono l’un l’altro il breve spettacolo della loro umana fragilità, unica e commovente.

La vita avventurosa, la forza degli eventi, sono qualcosa che li aspetta fuori, da qualche altra parte da cui essi fuggono, o verso cui si dirigono. Quella loro ‘stazione di passaggio’ è una pausa nella catena degli accadimenti, ma è anche una sorta di sospensione poetica. E la parola ‘sospensione’ in questo caso è proprio quella giusta , perchè rimanda a qualcosa che si ferma, e insieme a qualcosa che vola. Anzi, che può sollevarsi solo quando tutto si ferma.

Nel corso di questa sospensione, l’autore effettua un primo piano poetico sulla vita di gente qualunque, e la osserva senza giudizio.

Nel piccolo pub di The Weir incontreremo persone che potranno divertirci e commuoverci , così come potrebbe divertirci e commuoverci la vita di ciascuno .

Certo, qui ci sono dei ‘ciascuno’ un po’ particolari, finiti per varie ragioni ai margini della felicità; ma se guardiamo bene, e intuiamo che ogni messa in scena naturalistica della ‘vita così com’è’ è sempre in realtà una metafora, allora ci accorgiamo che è proprio la vita di ‘ciascuno’ che stiamo guardando, nessuno escluso. Neanche io e te.

In questa messinscena il lavoro degli attori è fondamentale. Si dice sempre così, è vero, ma in questo caso lo è particolarmente. La loro capacità di raggiungere un livello di realismo raro per le nostre scene sarà l’evento teatrale principale. Sarà ‘l’effetto speciale’ con cui conquistare l’attenzione degli spettatori. Il resto, forse, sarà facile: racconteremo loro una storia bellissima, anzi una non-storia fatta di storie, piena di emozioni e sorprese, che si dipaneranno pian piano all’interno di un dialogo magistralmente intrecciato ai piccolissimi non – accadimenti quotidiani.

Viene da concludere queste note con una riflessione profana su una battuta di Cechov- “ Nevica: Qual’è il senso? “

Qual’è il senso della bellezza della neve che cade? La guardiamo e diciamo che è bella, e nient’altro accade se non che essa cade, e che noi la guardiamo. A volte , è così anche con l’umanità. Non so perchè, ma è bella, ed è bello osservarla e ascoltarla, anche se – apparentemente- null’altro accade, come con la neve.

Sono grato agli artisti che fermano il mondo, e ci permettono di stare semplicemente a guardarlo.

Di solito, è bello.” (Valerio Binasco)

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TRAILER SPETTACOLO

Locandina


locandina_lachiusa

DEBUTTO: Teatro della Corte, Genova / 28 Febbraio – 19 Marzo 2006


Anno
2006

Produzione
Teatro Stabile Genova

Premio UBU 2006 nuovo testo straniero
Premio della Critica 2006 Miglior Spettacolo