LA CUCINA / Arnold Wesker

Produzione Teatro Stabile di Genova

LA CUCINA di Arnold Wesker

Versione italiana Alessandra Serra
Scene Guido Fiorato
Costumi Sandra Cardini
Musiche Arturo Annecchino
Luci Pasquale Mari
Regia Valerio Binasco
Produzione Teatro Stabile di Genova

Interpreti Massimo Cagnina, Andrea Di Casa, Elena Gigliotti, Elisabetta Mazzullo, Aldo Ottobrino, Nicola Pannelli, Francesca Agostini, Emmanuele Aita, Gennaro Apicella, Lucio De Francesco, Giulio Della Monica, Alexander Perotto, Aleph Viola
e con la partecipazione di Franco Ravera
Antonio Bannò, Giuseppe De Domenico, Noemi Esposito, Giordana Faggiano, Isabella Giacobbe, Martina Limonta, Giulio Mezza, Duilio Paciello, Bruno Ricci, Kabir Tavani

Una giornata di lavoro nella cucina di un grande ristorante londinese. Ai fornelli e in sala cuochi e cameriere di diversa origine etnica.  Razzismo e lotta di classe, amore e odio, avidità, sesso e paura. Wesker insegna a ridere di un’umanità per la quale “tutto il mondo è una cucina”.

PAROLE SU “LA CUCINA”
Alla fine degli anni cinquanta un giovane drammaturgo inglese di nome Arnold ebbe un’idea geniale: provare a raccontare in teatro la vita reale del mondo dei cuochi. Aveva fatto esperienza in un grande ristorante parigino come lavapiatti, e aveva capito la forza drammatica e coreografica di un lavoro d’equipe così esposto a eccessi di tensione nervosa, a sollecitazioni emotive di ogni tipo. Quel giovane drammaturgo – il cui cognome, avrete capito tutti, era Wesker – restò affascinato dal paradosso dei cuochi.
Al pari degli attori, e forse peggio, i cuochi hanno infatti  fama di individui estremamente  esibizionisti, egotici e solitari, eppure debbon dare il meglio di sé assoggettandosi a un lavoro collettivo, severamente regolato, simile a un macchinario umano fatto di esseri funzionali, senza fronzoli narcisistici.  Questa convivenza forzata e disciplinata, è la loro nemesi. A dar retta al libro di uno chef famoso di nome Bourdain, i cuochi devono vedersela anche con la leggenda che li vuole propensi – anche qui come gli attori – a una certa anarcoide e promiscua immoralità. La commedia di Wesker ci dice che i cuochi della fine degli anni cinquanta erano tali e quali a come vengono descritti oggi dalla letteratura  e dal cinema di genere.
Non so dire  se in questo genere narrativo  c’è qualcosa di vero (sono andato a studiare la vita nelle cucine ‘vere’, ma per motivi di privacy non rivelerò quel che ho visto e sentito…), ma in cambio posso dirvi che c’è di sicuro qualcosa di bello.
E’ infinitamente bello infatti, vedere un equipe di uomini così inquieti ed estremi mettersi al lavoro e dar vita a coreografie eleganti e perfette – seppure involontarie – e mettere in scena – magari inconsciamente – un teatro che è in tutto e per tutto il teatro del mondo.
“La Cucina è una metafora del mondo.”
Questa frase l’ho trovata in tutti gli articoli che hanno parlato, nel corso degli anni, dell’opera del nostro giovane  autore inglese che alla fine degli anni cinquanta ebbe l’idea geniale. Ma la sua idea non solo era geniale, aveva anche una marcia in più: era impossibile. Ci volevano una trentina di attori che compissero delle azioni simultaneamente, e che parlassero anche quasi simultaneamente, ricreando in modo iper realistico la realtà di un luogo di lavoro caotico e privo di qualsiasi appiglio teatrale convenzionale. Erano quasi gli anni sessanta, e Wesker avrebbe potuto aggirare il problema dell’impossibilità, andandosi a schierare con il teatro di avanguardia, che proprio in quegli anni sembrava adorare solo le imprese formali, soprattutto se coronate da fragorosi fallimenti.
Era iniziata l’era dell’autodistruttività delle arti. Invece Wesker non schierò la sua commedia da quella parte del campo.
Era e restò per tutta la vita un autore ‘tradizionale’, un autore che non voleva provocare bassi istinti o scandalizzare il pubblico, ma voleva farlo pensare, e qualche volta divertire o commuovere. E’ stato sempre un autore di ‘vecchia scuola’, insomma. E questo ai miei occhi è il contrario di un difetto.
E infatti , quasi 60 anni dopo la sua prima stesura manoscritta (Wesker adorava le stilografiche) , eccomi qui a cercare di valicare i confini di quest’opera impossibile. Il ragazzo Wesker aveva un gran coraggio, e introdusse molti personaggi che venivano da paesi remoti, dagli accenti levantini. Altri sono tedeschi, altri ancora francesi e italiani. Ognuno di essi ha la sua vita, i suoi guai, i suoi amori e i suoi sogni. Ha uno sguardo per tutti, il giovane Wesker, non lascia indietro nessuno.  Anche il più piccolo ruolo ha il suo momento ‘rubato’ al ritmo incalzante della scena, e può offrirci uno scampolo della sua vita. Sono contento di andare a prendere lezioni di coraggio dal giovane Wesker, e sono contento di provare a fare questa commedia. Da sempre provo un’attrazione poetica molto forte per i personaggi cosiddetti ‘minori’, quelli che sembrano reggere solo lo strascico dei protagonisti. Ho sempre cercato di metterli in primo piano. Ovviamente non sempre ci sono riuscito.  In questa opera  ne ho trovato addirittura una trentina, e non ho potuto sottrarmi alla loro chiamata.
Adesso dovrei forse raccontarvi la trama. Ma è impossibile farlo senza comprimere in eccesso la materia, e finirei per dirvi solo dell’ infelice amore dell’irrequieto Peter e della sua amante Monique. Tutto il resto, in un riassunto,  sembra solo reggere lo strascico dei due protagonisti. Il problema è che invece, qui, quel lungo strascico di piccole storie, di brevi frasi senza destino, di rapide incursioni nel quotidiano dei non-protagonisti è la trama, e dirò di più: è la commedia.  Quindi, se non ve la racconto, non è per pigrizia, ma perché dovrei scrivere due o tre pagine, e questo non farebbe felice nessuno.  Posso però dirvi questo: che La Cucina è una commedia scritta per farvi vedere dei cuochi al lavoro, e per mostrarvi quanto è duro e feroce il loro lavoro, eppure quanto è bello. Mentre vedremo all’opera i cuochi e le cameriere,  riusciremo anche a sapere qualcosa delle loro vite. Seguiremo una o due storie d’amore. Conosceremo le speranze e i fallimenti di molti. Vedremo da vicino la violenza che nasce dalla convivenza forzata di persone straniere.
Vedremo come vengono preparati i piatti in un grande ristorante ‘commerciale’, e forse smetteremo di fidarci di quel che dicono i menù.  Vedremo come l’Europa (ovvero il Mondo) del primo dopoguerra fosse così simile al nostro tempo – che purtroppo si prepara – sembra – alla guerra. E vedremo come l’idea che ha guidato quel giorno del 1958 l’ispirazione di Wesker, ovvero fare del teatro un megafono per parlare del tema politicamente più rilevante della società dell’epoca:  il socialismo,  se sfrondata dai suoi orpelli retorici e dalle sue mode culturali, riveli di essere nel suo profondo un’idea più alta, e più poetica: un’idea di fratellanza.
Ho sentito dire queste parole a proposito di Eizenstein.  Le rubo, e le metto qui.  Sono esattamente il mio pensiero.

PAROLE A PROPOSITO DELLA COMPAGNIA
il cast della cucina è composto interamente da attori (giovani , meno giovani, e giovanissimi) provenienti dalla Scuola di Recitazione del Teatro di Genova, regista compreso.  Questa Scuola, ci tengo a dirlo, non è solo un’eccellenza cittadina, ma è un’eccellenza nazionale.  In questi tempi di cupo revisionismo culturale, in cui sembra sempre prevalere l’indifferenza verso ciò che è bello e importante (quando non una insensata ostilità), se si vede in giro qualcosa di bello, bisogna trovare il coraggio di dirlo forte. E di difenderlo. Ecco, questa scelta di dare la massima importanza a una produzione dello Stabile, pensata  come un grande studio e un serio approfondimento dei temi  inerenti la recitazione, con attori formati da un percorso comune, è un’operazione molto bella. Vada come vada. Una Scuola di Recitazione è una proposta culturale. A volte anche una Rivoluzione Culturale. Quando parliamo della Scuola di Genova non dobbiamo pensare alla parola ‘scuola’ così come risuona oggi, non è un luogo per allievi.  E’ la ‘scuola ‘ in senso antico: un laboratorio di idee, di personalità, di proposte, di operosità, di libertà creativa.
Il gruppo degli attori con cui ho lavorato per formare il cast, e il gruppo di coloro che hanno sostenuto un provino, erano di un livello così alto che avrei potuto fare due cast diversi de La Cucina, come si fa nell’opera lirica.
Vorrei concludere ricordando che La Cucina è una commedia che richiede a un teatro uno sforzo notevole, e un elettrizzante coraggio produttivo.  Questo coraggio ha un altro nome, che forse è anche più bello: fiducia. Ecco perché, visto che siamo lo spettacolo che apre la stagione, mi piace inaugurarla con questa parola : grazie.

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Ph. Bepi Caroli

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Locandina


 

DEBUTTO: Teatro Stabile di Genova
18 Ottobre – 6 Novembre 2016


Anno
2016

Produzione
Teatro Stabile di Genova