Intervista a Valerio Binasco / 1

Intervista a Valerio Binasco / 1

1) Oramai abbastanza numerosi sono gli attori o le attrici che , diplomati alla scuola di recitazione dello stabile di genova, trascorrono abbastanza agevolmente dal teatro al cinema. Secondo la tue esperienza , esiste un rapporto tra l’insegnamento della Scuola e questa duttilità nel passare dal palcoscenico al grande o piccolo schermo?

Direi di sì. La Scuola di Genova è famosa per dare ai suoi giovani una formazione priva di enfasi e di birignao. È una scuola che lavora anche per insegnare semplicità e modestia alla personalità dei suoi giovani attori.   Molti registi di cinema che conosco hanno un misto di paura e disprezzo per il modo di recitare che loro pensano sia quello ‘teatrale’. Li ho visti scartare attori anche bravi solo perché avevano un curriculum troppo sbilanciato verso il teatro … Di quelli che arrivano da Genova invece si fidano, perché , dicono ‘ non sembrano attori ‘. Lo dicono come fosse un complimento. E anch’io l’ ho sempre interpretato così. Ero molto immodestamente fiero della mia modestia. Oggi forse la penso diversamente, ma non è il tema della nostra conversazione, credo.

2) Quando si parla di ‘concretezza’ in relazione della recitazione a teatro, s’intende la stessa cosa o qualcosa di diverso rispetto alla stessa qualità richiesta al cinema?

Sì, e no. Sono due aspetti diversi della stessa concretezza. O meglio: sono due contesti diversi. Sarebbe un grave errore ( non solo filosofico forse ) credere che ci sia una concretezza che va bene per tutto, sempre. Qui però mi devo spiegare un po’. La recitazione viene chiamata ‘concreta’, mi pare, quando instaura un rapporto credibile con le parole che l’attore dice, e con le azioni che compie. L’attore ‘fa’ credibilmente quel che deve fare , concentrandosi principalmente sull’azione. Anche parlare, beninteso , è un’ azione come un’altra. In teatro a volte si ha la tentazione di credere che la parola sia più importante del resto. Ma non è più importante. Parlare è esattamente un’azione come un’altra . Se devo dire parole importantissime mentre bevo un bicchiere d’acqua, darò a entrambe le cose la stessa importanza. Una cosa darà forza all’altra. Non mi farò abbindolare dalle parole. Il lavoro dell’attore, che non è misurabile né prevedibile, è tenere in perfetto equilibrio il dire e il fare . In mezzo non c’è, come dice il proverbio, il mare. In mezzo non c’è niente. Ecco questo è il difficile della concretezza a teatro. Al cinema è l’opposto , ma l’opposto della stessa cosa : si può essere portati a credere che l’azione di bere quel bicchier d’acqua sia più importante delle parole. La concretezza, sul palco o davanti a una macchina da presa, è il risultato di un equilibrio. Come tutti gli equilibri è inspiegabile. È paradossale. Succede per intuizione. La parola ‘concretezza’ sembra così solida, e invece , per un attore, è fatta di ragnatela, di piccolissimi sentori spesso incoerenti. Ma è così che deve essere.

3) Dal punto di vista della recitazione quali ti sembrano per un attore le maggiori differenze tra cinema e teatro?

Per quel che riguarda me? La noia, innanzitutto. Fare un film può essere terribilmente noioso. Il teatro è un gioco, il cinema un mestiere. Questo lo dico io, naturalmente. Conosco molti attori che direbbero il contrario. Gli attori di cinema , e ultimamente ne ho diretti parecchi, non hanno molta ‘tenuta’. Non sono abituati a reggere la concentrazione per ore e ore, ma solo per minuti e minuti. Alcuni perfino solo per secondi. Non è un problema di talento, ma solo di allenamento. Quando lavoro con attori di cinema, so che dovrò passare molto tempo a rafforzare la loro ‘tenuta’. Viceversa gli attori di teatro possono avere poca ‘immediatezza’. Anche lì: è questione di allenamento. Io nel corso della mia vita ho cercato come ho potuto di avvicinare le due cose. Mi sono allenato molto nelle due direzioni. Il mio lavoro, o meglio la mia ricerca, è quella di recitare in un modo che si avvicini all’immediatezza del cinema, senza sacrificare un grammo della potente ‘tenuta’ teatrale . Le due cose sono compatibili? Non ho neanche un dubbio : sì. Vorrei solo precisare una cosa : l ‘immediatezza del cinema è una qualità molto seria e importante. Quasi sacra. Non vorrei che qualcuno la scambiasse per superficialità. Ci vuole una concentrazione enorme, e tuttavia dev’essere un salto leggero. C’è un perdersi, in quell’immediatezza. C’è l’attimo fuggente. L’attore , ogni tanto, è capace di abitare quell’attimo. Il cinema a volte crea le condizioni adatte perché questo accada. Il teatro,apparentemente, sembra meno interessato. Ma sono luoghi comuni. La grande scuola di Strasberg , che ha sfornato grandi divi del cinema e ha cambiato la recitazione nel mondo, era una scuola di teatro!

4) Esiste in teatro qualcosa che sia paragonabile all’ ‘underplaying’ del cinema hollywoodiano?

Beh, Eduardo faceva qualcosa di molto simile, mi pare. Orson Welles raccomandava ai suoi amici americani che venivano in Italia di andare a vedere quel prodigioso attore . Il fatto paradossale è che lo stesso Welles poi aggiungeva : ‘vedetelo a teatro, perché il suo genio svanisce quando recita nei film, sembra imbarazzato!’ Misteri degli attori… si potrebbe pensare che un simile problema ce l’avesse che so? Carmelo Bene, così poco ‘sottotono’ … E invece no. C. Bene , al cinema, non era affatto a disagio . Anche quando lavorava con registi più o meno ‘normali’.   Hai mai visto quel film per la televisione che Indovina fece sull’Anno Mille con Bene e Franco Parenti ? Ti stupiresti. Parlando di cose più vicine, e cioè in questo caso di me, diciamo che io cerco di avvicinarmi molto a quello a cui tu forse alludi con ‘underplaying’. Si pensa a volte che la recitazione sottrattiva sia sottrazione della recitazione. Ma è un errore. Richiede un enorme lavoro ‘sotterraneo’. Ciò che non affidi all’istrionismo o al didascalismo , devi comunicarlo comunque. E se vuoi riuscirci devi farlo passare attraverso di te. E’ un lavoro doloroso e difficile. Ma forse vale la pena di fare gli attori solo per questa sensazione di attraversamento nella tua vita intima e segreta. Non è sincerità fine a se stessa. È una tecnica. Se ne è accorto benissimo Lavia quando mi vide fare un ruolo molto ‘non recitato’ e mi disse . “ Tu in realtà sei più istrione di me! Sei un gigione della sottrazione !” Di norma i teatranti si fidano poco della recitazione ‘cinematografica’ in teatro. Ricordo benissimo che all’ inizio della mia carriera di regista diressi un’edizione de La Bella Regina di Leenane che Ivo Chiesa, durante le prove, giudicava troppo sottotono. ‘Purtroppo il teatro non è il cinema’, diceva, ‘ Il pubblico non capirà, non riderà’. Invece capì benissimo, e fu un successo. Chiesa mi scrisse una lettera per dirmi che si era sbagliato e che apprezzava il mio lavoro.   Non ero contento per me. Lo ero per il ’sottotono’, che mi pareva una cosa buona e giusta da fare in teatro. E che faceva somigliare il teatro al cinema.
Ultimamente ho un po’ tradito il sottotono. Sto cercando la concretezza anche nell’ ‘overplaying’. Mi scopro , alle prove, a dire agli attori: ‘ Di più! Di Più! ’ , dopo aver passato anni a gridar loro ‘ Di meno! Di meno !’

5) Puoi fare qualche esempio personale per evidenziare similitudini e/o differenze tra recitazione cinematografica e recitazione teatrale?

La recitazione teatrale è qualcosa che investe tutto il corpo. Ti senti espressivo dalla testa ai piedi, e senti in modo fortissimo che il tuo corpo ( di cui anche la tua voce fa parte ) è immerso in uno spazio molto vasto, che , invece di sovrastarti, ti invita a esserci. È un richiamo rivolto alla tua anima, che si manifesta in modo eguale in ogni parte del tuo corpo. Tutto recita qualcosa, in quel momento. Anche se appari defilato, stai solo fingendo di esserlo. Stai raccontandolo a qualcuno. Ad altri corpi che se ne stanno seduti lì davanti a te, nel buio. La recitazione teatrale nasce in una strana festa dei sensi. A questa festa partecipano il silenzio, la luce , il buio, i rumori della platea , l’odore del ‘finto’, tutto attorno a te, il suono delle voci. È una potente macchina sensoriale, che viaggia nell’immaginario di tutti quelli che si trovano lì in quel momento. L’attore in teatro sente il suo corpo come un unicum espressivo. Al contrario quando recito al cinema io sento che tutto , prima o poi, arriva a concentrarsi solo sul mio volto. Il corpo è spesso poco più di un supporto per reggere la faccia. Da quel che dico , si capisce credo , che io non ho un buon rapporto col cinema. E se devo fare una confessione dico che questo dipende dal fatto che non ho un buon rapporto con la mia faccia.   Mi è capitato di rado di fare qualcosa di buono davanti alla macchina da presa, ma ogni volta era perché mi ero costruito una specie di maschera.   Non so perché , ma potrei dire questo : il teatro è un ottimo mezzo espressivo per persone che detestano se stesse. Il cinema no.

6) Puoi rispondere alla stesa domanda su similitudine e/o differenze tra regia cinematografica e regia teatrale?

Posso dirti che io faccio le mie regie in teatro pensandole come se fossero dei film. Sarebbe troppo lungo da spiegare ( ammesso che io sia capace di spiegarlo ) ma uso l’attenzione dello spettatore come se fosse un operatore, e anche come se facesse , in diretta, il montaggio. Se è vero che come attore non ho un bel rapporto con la mdp, come regista io mi ispiro moltissimo al cinema. Quasi tutti i libri che leggo ultimamente sono libri di grandi registi di cinema. La loro lezione per me è molto molto più importante di quella dei grandi registi di teatro.   Il cinema è il mio maestro di sintesi, di unità di azione, di inquadrature , e , soprattutto, di suspance. Ovvio, per seguire un maestro così esigente devo sacrificare qualcosa : tipo certe preziosità del testo , a volte, altre volte certi estetismi scenici … ma a ben vedere non me ne importa niente. La cosa più importante che ho rubato al cinema è la suspance. Per ottenere suspance si deve rinunciare a qualsiasi didascalismo o concettualismo, e andare dritti dentro la narrazione. Disgraziatamente didascalismo e concettualismo sono caratteristiche quasi inevitabili della regia teatrale. Io cerco come posso di stare alla larga dalle loro noiose seduzioni. Fellini faceva il cinema perché pensava a fumetti. Io faccio il teatro perché penso cinema.   ( il paragone è molto immodesto, e chiedo scusa).

7) Hai degli attori o dei registi che sono (o sono stati) tuoi punti di riferimento o che puoi considerare maestri? Al cinema ? A teatro?

Dico la verità? No.
(Però ho avuto dei maestri immaginati.

Ho ‘immaginato’ di imparare qualcosa da Charlie Chaplin. E continuo a crederlo anche adesso.
E sono stato un allievo immaginario di Aki Kaurismaki, per molto tempo.
Sono andato alla scuola immaginaria di Peter Brook.
Anche Carmelo Bene mi ha dato delle lezioni immaginarie)

8) Personaggio e narrazione al cinema e al teatro: quali diversità di costruzione pratica per un attore e/o un regista?

Per l’attore la risposta è facile : nessuna differenza. Certo, se sei un attore abituato a dare molta importanza alle parole, e ad agire con una forte libido didascalico- concettuale, devi fare un gran lavoro di contenimento, ma so per esperienza che tale lavoro può essere anche piacevole, oltre che perfino facile. Il regista teatrale che si avventura nel cinema , invece ,deve fare i conti con una preparazione lunghissima. Deve esercitare la sua ‘tenuta’ su tempi che si misurano in anni. Ecco un’altra distanza tra me e il cinema : il tempo. Sono abituato a concepire un progetto e a realizzarlo qualche mese dopo. La mia ispirazione ( quando c’è ) si nutre di rapidità, di energie fameliche e proiettate in avanti. Non potrei mai lavorare a un’idea per due o tre anni. Non potrei mai rinunciare a quell ampissimo margine di improvvisazione e di imprevisto che caratterizzano un opera teatrale mentre si compie.

Se invece vuoi una risposta più complessa allora ti dico che il cinema e il teatro, nel profondo , sono separati dalla loro provenienza, e sono parenti più alla lontana di quel che sembrano essere. Il teatro è fratello di sangue dell’Epica. Il cinema lo è del Romanzo. Possono avvicinarsi solo in apparenza. Però possono rubarsi molti segreti. Il teatro che mi piace , per esempio , usa molte tecniche narrative ‘minimal’ del cinema. Si affida a composizioni di oggetti diversi e miscelati tra loro con furbizia sinfonica : la profondità di campo, l’uso non didascalico delle musiche, la messa a fuoco ecc. Spero sia chiaro fin qui che quel che io chiamo teatro di ispirazione cinematografica non si avvale minimamente di effetti scenografici , ma si fa solo ed esclusivamente con la recitazione .

9) Dopo l’esperienza di ‘Keawe’, la regia cinematografica resta per te un progetto da approfondire? Un peccato di gioventù? Un programma coerente con i tuoi impegni teatrali?

Mi piacerebbe molto fare un film, ma , come dici tu, vorrei che fosse parte di un programma coerente con i miei impegni teatrali. Vorrei poter utilizzare gli stessi attori. E fare opere di cinema che in qualche modo ‘dialoghino’ con il teatro. Lo ha fatto Branagh, lo ha fatto Bergman. Ecc.. Ogni tanto sta per succedere. Qualche produttore mi ha fatto delle avances. Sto valutando. Mah. Anche se mi è piaciuto enormemente fare quell ‘esperimento naif di Keawe, non sento il morso dell’urgenza di farne un altro. Adesso a te posso dirlo: in realtà è come se io avessi già l‘impressione di fare cinema, perché lo faccio attraverso il teatro. Così almeno mi pare.

10) Si dice che per imparare che cosa è il cinema il giovane Orson Welles si facesse proiettare due volte al giorno ‘Ombre Rosse’. Tu quale film consiglieresti di vedere e rivedere a chi si accinge a fare la regia del suo primo film?

Nessun dubbio. “ Luci della Città ” di Chaplin (ma lo consiglierei anche a chi si accinge a fare il suo centesimo film. E a chi non vorrà farne mai neanche uno).