Lettera a John e Joe

Lettera a John e Joe

Quando i bambini chiamano di notte spaventati dal buio, e io dico loro di provare lo stesso a dormire tranquilli, mi domando come fanno. E ora mi dico : fanno come noi. Piano piano nel buio e nella paura trovano qualche scintilla dispersa di gioia , e credo che la tengano stretta, credo che la guardino da vicino, sempre più da vicino, credo che la assaporino fino in fondo, fin a farla diventare luce. La luce del buio. La luce della calma. (Arthur Bely, Storia di Pam)  

Carissimi actors di John and Joe

Voglio ancora una volta ringraziarvi per il lavoro che abbiamo svolto. Avete raggiunto un livello altissimo di precisione, e di poesia. Io me ne vado con il dispiacere di non potervi seguire anche oggi, ma con una grande gioia dentro di me, e con una bella forza d’animo che sono sicuro mi aiuterà anche nei prossimi giorni.

Ho pensato molto stanotte alle qualità della vostra performance, e mi facevo domande su quale sia il segreto dell’irradiazione totale: quella morbida, indifferente all’esito, eppure perfettamente accordata a tutti i ritmi (interni ed esterni) che vengono suonati e giocati sulla scena. Quell’irradiazione calma, eppure potente, che continuamente trasporta l’immaginazione degli spettatori (e quindi per forza anche degli stessi attori) dal piano orizzontale a quello verticale, con un moto pressoché continuo di andata e ritorno.

Ho pensato che forse ci siamo avvicinati molto a quella nonchalance attiva che tanto ammiriamo negli attori di Brook. Scrivo questa frase non perché sono impazzito e mi considero degno di tale somiglianza, ma perché considero Voi degni di un paragone stilistico così importante.

Mi domandavo, invece, cosa possiamo fare per aumentare ancora la nostra vicinanza a quella straordinaria nonchalance. Cosa hanno, loro, che ancora noi non abbiamo, o che possediamo in misura minore?

Mi sono venute in mente due cose.

1) Loro, anche se fanno magari un piccolissimo spettacolo – tipo il nostro – che altro non è se non un esercizio di recitazione, e che si avvale dell’apporto scenico di un paio di oggetti messi lì, di sicuro non hanno alcun senso di colpa per la povertà della loro messa in scena, e non solo: credo che si sentano intimamente molto al sicuro, molto forti nella loro condizione di attori ‘nudi e puri’. Si sentono protetti da un privilegio. Questo non credo che provenga solo dal fatto che la loro performance rechi la firma di un grande maestro. Ma per il fatto che lo ‘stile’ nel quale si esprimono è totalmente riconosciuto, ed apprezzato universalmente. Nessuno scambia la loro povertà per improvvisazione o sciatteria. Il risultato è che non hanno nessun senso di inferiorità nei confronti del pubblico. Non ‘spingono’ niente, non chiedono implicitamente scusa, non sperano di essere miracolosamente capiti, e quindi non hanno, negli occhi, neppure la più piccola ombra di timore che il pubblico non rida, o non partecipi. Lo danno per scontato. Non se ne curano.

2 ) Noi, invece, dobbiamo superare una barriera – anche interna a noi stessi – che ci dice parole opposte. E quindi occorre fare un gran lavoro (credo anche molto bello) con noi stessi, in camerino e anche prima, per rimuovere totalmente ogni piccola tentazione di insicurezza, ogni minuscola ombra di sottomissione ai luoghi comuni del nostro pubblico, e a ogni dipendenza dalle manifestazioni di approvazione della sala. E’ un lavoro di pulizia interna, silenziosa, finalizzata alla scoperta di qualche scintilla di gioia pura, dispersa nel nostro animo, che va ‘percepita’, e poi alimentata, fatta diventare luce. Trasparenza.

La gioia è pura quando è immotivata. Quando è pura e semplice gioia di vivere. Che per un artista vuol dire – credo – pura e semplice voglia di giocare. Se poco prima di entrare in scena arriviamo a questo verità minima, questa verità senza pensiero che nasce da una scintilla di gioia di vivere, allora credo che non ci sarà difficile fare il passo successivo, che sarà quello di pensare – finalmente – al pubblico. E ci verrà naturale pensarlo in un modo nuovo:  il pubblico non sono gli spettatori, ma è il mondo.

E se questo pensiero arriva, allora tutto si fa gioco puro, si confondono anche le distanze, perché anche noi siamo il mondo. Siamo gente nel mondo. Noi sulla scena, come loro seduti lì davanti.

Ciao john

Ciao joe

Valerio